Monza resegoneLa Monza Resegone penso sia nella mente di chi corre in montagna una delle corse mito, una di quelle che non la pensi con la testa ma con il cuore. Ricordo benissimo quando alcuni anni fa l’ amico Massimo Colombo mi diceva che andava a farla. Io lo guardavo con un’ espressione mista tra ammirazione e incomprensione, ammirazione perché sapevo che era una delle gare mito del podismo e quindi massimo rispetto per lui, incomprensione perché la sola idea di mettersi a fare 32 chilometri di strada per poi salire ( altri 10) alla capann mi sembrava una cosa che solo un malato di mente poteva pensare.

Poi le cose nella vita cambiano, cambi tu fisicamente e cambia la tua testa, cambia il modo di vedere le cose e ti scopri anche tu “malato”, scopri che nel tuo cuore quello che testa definisce impossibile può diventare possibile, o almeno provabile.Ed eccomi quindi ad aver spedito ieri mattina  la mail agli “alpinistimonzesi” dove io, Jerry e Andros chiediamo di essere ammessi tra i 60 malati che il 22 giugno alle 21:00 partiranno da Monza per farsi una scampagnata di 42 chilometri fino ai piedi del Resegone.percorsomonzaresegone

Ma come è nata questa pazzia? Be, nasce da lontano se devo essere onesto. Come tutti sapete fino a due anni fa non sapevo neanche lontanamente cosa significasse correre, cosa fosse il sacrificio podistico, il macinare chilometri con le scarpe con il solo fine di stare bene, fisicamente e con te stesso. Correre per me, ma non voglio essere ancora ripetitivo avendo parlato in due post ( perché corri 1 e perché corri 2 ), non significa guardare il cronometro ma significa superare dei muri mentali, mettermi in gioco per dimostrare a me stesso che “I CAN”. Questo è lo spirito con il quale mi sono messo in gioco in questa nuova avventura e che ho condiviso con i miei soci.

monza_2005_2

Polo, Luchino e Luis nel 2005
Foto by Slowrun

Si perché la MonzaResegone non è solo fare un’ impresa ma è anche farla con un team affiatato, accettare da subito che potresti non finirla indipendentemente da te stesso, accettare che non sei solo ma corri con un cordone ombelicale che ti lega ad altri due elementi, che non “sei un finisher” ma “siamo dei finishers” solo se le nostre chiappe arrivano tutte e tre ad appoggiarsi al freddo cemento della capanna.

Sono contento che il cordone ombelicale sia con Jerry e Andros, due amici che non solo condividono con me la passione per la corsa ma ci accomuna anche lo spirito, infatti la nostra amicizia nasce tanti anni orsono  in Croce Rossa. Abbiamo deciso che la nostra squadra si chiama “Semmatt” perché questo è il nostro spirito.

In ultimo volevo comunque ringraziare PoloFerry, miei compagni di squadra in 2slow, con i quali è inizialmente nata questa avventura,che non possono per motivi tecnici essere miei compagni quest’ anno ma che, sono sicuro, ci supporteranno sia fisicamente che con il pensiero.

La pazzia fa parte del gioco e da complezza alla vita.
Il 26 Aprile sapremo se saremo nei 60 “miti” che ci proveranno, ma intanto noi ci crediamo!

Magari potrebbero interessarti anche: