Cosa serve per la Monza Resegone? Serve un poco di pazzia ma sopratutto serve conoscere il vero significato di alcune parole.

Ho scovato in rete stasera un post di Noemi Gizzi che mi ha fatto riflettere. Di certo il suo spirito non può essere uguale al mio, lei corre per vincere, io per arrivare poichè questa sarebbe la mia vittoria. Ma in alcuni passaggi mi ha fatto riflettere.

Cerco di spiegare il perchè. Quest’anno correrò la “Monza Resegone” la mia prima gara a squadre, anzi ad essere onesto penso sia la prima volta in assoluto che mi cimento in qualcosa dove il risultato non è legato solo ed esclusivamente a me stesso. Chi mi conosce lo sa che non ho mai fatto sport di squadra, uno perchè non mi piacciono, due perchè essendo una sega inumana in tutti ( calcio, basket, pallavolo, ….) non mi sceglieva mai nessuno e quidni ero sempre di troppo. Ma non aver fatto sport di squadra non significa non saper cosa significa “fare squadra”.

Fare squadra secondo me non serve essere gli amici per la pelle, non è necessario che chi corre con te sia quello con il quale fai le ferie da una vita ne serve, anche se devo dire che aiuta, che sia la persona con la quale è tre anni che corri.

Serve che tra la terna ci sia affiatamento e rispetto. Che la tua fatica sia la mia fatica, che ci si capisca con uno sguardo, che uno sappia interpretare i segnali dell’ altro. Devi capire quando dovrai dare il bastone ai tuoi soci e quando lo zuccherino, quando devi smadonnargli dietro e quando devi andargli di fianco e fargli sentire che sei li, capire quando la sua crisi ha bisogno di un gellino, quando ha solo bisogno di due parole, quando di una botta sul culo e quando di una mano alla quale aggrapparsi.

E questo in una terna deve esistere! Questo rapporto intimo non lo costruisci vedendoti la sera a bere una birretta ma solo ed esclusivamente CORRENDO INSIEME, macinando chilometri ridendo e scherzando, soffrendo e bestemiando.

Serve crederci, essere dentro tutti nell’ obiettivo, serve sapersi parlare senza parlare…poi se salti salti, ma non devi avere nessun pensiero di non aver fatto qualcosa o fatto qualcosa di sbagliato.

Dopo questa presopopea vi lascio alle parole della Noemi…..

Riuscire a diventare un unicum”, forse è questo il segreto per essere squadra fino in fondo. Riuscire a sviluppare una tale sintonia di intenti, che quando la tua compagna in gara ti grida cattiva: “Ma che cazzo di ultramaratoneta sei?!?”, tu senti che le vuoi un bene dell’anima, e che in quel momento, nonostante la fatica, non vorresti essere con nessun altro, da nessuna altra parte……….

…..io i più “recalcitranti”, gli individualisti più sfegatati, li porterei a seguire (prima ancora che a correre) la Monza-Resegone. Li posizionerei a Calolzio, e da lì farei in modo che seguissero la lenta salita di tutti, soprattutto delle terne nelle retrovie. Farei in modo che vivessero in diretta l’esperienza di chi avanza bestemmiando per la fatica, spingendo ed incitando i compagni, fermandosi per i crampi ma poi ripartendo. E anche quella di chi accetta serenamente, seppur con le lacrime agli occhi e la rabbia nel cuore, di fermarsi quando un compagno alza bandiera bianca. “Salti tu, salto io”.

Che strano – si potrebbe pensare – può mai una sola notte racchiudere così tanti insegnamenti?  Sì, perché, in fondo, non è una notte come tante altre, è la notte della MO-RE. Chi l’ha vissuta, da protagonista o spettatore, lo sa bene e se la custodisce gelosamente, non fosse altro perché ci ha lasciato un pezzettino di cuore. (cit Noemi Gizzi )

 

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